Tappa 07 CMSB: Montevecchio – Arbus. I leggendari coltelli di Fogarizzu e l’incubo del dislivello urbano
Dopo la cena leggendaria a base di pecora in cappotto e fiumi di Carignano della tappa precedente, svegliarsi per rimettersi in cammino è stato un atto di puro eroismo. La settima tappa del Cammino Minerario di Santa Barbara ci porta da Montevecchio ad Arbus: diciassette virgola cinque chilometri. La cifra farebbe tremare le vene ai polsi di qualsiasi pigro, ma il vero percorso si è rivelato piacevole. Il problema? Non è stata la natura a tradirci, ma l’urbanistica di Arbus. Abbiamo affrontato una splendida giornata tra artigianato sardo e cene a base di frattaglie, per poi scoprire che il vero “boss finale” ci aspettava sulla strada per andare a dormire.
La “Scheda Tecnica” (versione Pelandrone)
- Tempo di percorrenza: 04:35 a passo “voglio smaltire la pecora di ieri”. Più di quattro ore e mezza di transumanza tranquilla collinare.
- Livello di sudorazione: Medio in cammino… ma Elevatissimo una volta arrivati in paese (colpa della micidiale salita per l’albergo).
- Dislivello ufficiale: 370 m in salita e 420 m in discesa. Una sfilata di colline del tutto umane e senza pendenze CAI punitive.
Il Percorso
Ci lasciamo alle spalle le miniere di Montevecchio mantenendo una velocità media di 3,8 km/h: il ritmo perfetto per goderci il viaggio senza sputare un polmone. La prima parte del sentiero si sviluppa tra fitti boschi di lecci e sughere, regalandoci un’ombra salvavita che rende la camminata una vera passeggiata di salute. Le piste sono ampie, comode e ben segnalate, ideali per chi ama camminare in totale relax parlando del più e del meno. Man mano che ci si avvicina ad Arbus, il panorama si apre sulle vallate circostanti, offrendo scorci da cartolina fino all’ingresso del centro abitato. Fino a qui, tutto perfetto.
La Ricompensa (Cultura, Carne e Sfortune Urbane)
Una volta arrivati ad Arbus, abbiamo deciso di fare una sosta culturale di altissimo livello visitando il Museo del Coltello Sardo Arburesa, gestito dai celebri artigiani Fogarizzu (padre e figlio). Data la mia viscerale passione per le lame, non ho resistito e mi sono fatto il regalo perfetto: un pezzo di artigianato sardo da collezione acquistato direttamente sul posto. Un souvenir fantastico che userò rigorosamente per affettare salumi sul divano.
Per cena, seguendo il consiglio d’oro di un passante locale, siamo andati in un ristorante eccezionale. Lì è scattato il festival della carne: mi sono fiondato su un piatto monumentale di capra e frattaglie cucinate secondo la tradizione sulcitana più vera. Roba da resuscitare i morti. Ma ecco l’inghippo da pelandrone: il paese di Arbus si sviluppa su una collina ripida. Il nostro ristorante era nella parte bassa, mentre l’albergo era posizionato esattamente in cima. Risultato? Dopo i 17 km di trekking e una cena pesantissima, abbiamo dovuto affrontare un dislivello urbano di 250 metri concentrato in soli 2 chilometri di asfalto verticale per andare a letto. Praticamente una punizione divina.
Conclusione
Sopravvivere a 17 km di natura per poi rischiare il collasso a causa della salita dell’albergo è il tipico karma del pelandrone. Tu avresti affrontato quel muro verticale dopo una cena a base di capra o avresti dormito direttamente sulle scale del ristorante? Raccontaci le tue storie di alberghi posizionati in posti improbabili e seguici su Instagram su @ilpelandrone per non perderti le nostre prossime, faticosissime disavventure costiere e montane!
